BESTIE TOZZI PDF

Almeno nel primo e non programmatico Tozzi - in linea piuttosto con le pulsioni del profondo. Lo sanno le allodole che prima vi si spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me? Solo di rado, tuttavia, la presenza degli uccelli assume valenza rasserenatrice. In uno scenario da progressiva e inesorabile apocalisse il canto di una cicala risuona come una maledizione divina, e con il gesto finale "La stringo.

Author:Mell Juzahn
Country:Tajikistan
Language:English (Spanish)
Genre:Technology
Published (Last):19 December 2014
Pages:101
PDF File Size:11.37 Mb
ePub File Size:15.38 Mb
ISBN:360-1-83458-598-7
Downloads:25204
Price:Free* [*Free Regsitration Required]
Uploader:Femi



Almeno nel primo e non programmatico Tozzi - in linea piuttosto con le pulsioni del profondo. Lo sanno le allodole che prima vi si spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me? Solo di rado, tuttavia, la presenza degli uccelli assume valenza rasserenatrice. In uno scenario da progressiva e inesorabile apocalisse il canto di una cicala risuona come una maledizione divina, e con il gesto finale "La stringo. Le stacco la testa.

Analogamente prosciugato dalla linfa fisiologica, ridotto a reperto epocale al pari di tre bottoni e un giornale illustrato, si materializza un piccolo scarabeo verde e oro, "quasi trasparente come un vetro prezioso", rimasto chiuso per anni nel fondo di un cassetto che odora di stantio e dove la vita ha da tempo rassegnato le dimissioni.

Le case si facciano un poco a dietro, e quel mendicante non mi cada addosso. Dio mio, tutte queste case! Dio mio, queste case mi si butteranno addosso! E la sento cantare. Esciamo dalle strette delle case e dei tetti. Lasciamola qui, questa gente che metterebbe me al manicomio e te dentro una gabbia! Credo che sia passata la morte, in cerca non si sa di chi.

Oh, ma la chiuderemo dietro qualcuno di questi cancelli, in uno di questi vicoli senza sfondo, insieme con la spazzatura! Se mi riesce a segarla come voglio, mi ci viene un bel tagliere. La sega brucia e doventa pavonazza. E poi, non riesco ad andare a filo.

Allora prendo un accettino e concio la tavola alla meglio. Lo voglio trovare! Spacco nel mezzo la tavola; e in fondo al buco, che gira quasi come una spirale, lo trovo: bianco e tenero, con una puntina rossa. Ma, un capodanno, la mia donna si decise a comprarmi per regalo, avendo io insistito fin da un mese prima, quel libro del Verne che si chiama Nel paese delle pellicce. Tutte le volte che ho visto orsi veri, ho sempre pensato a quello; e come, guardandolo, per un bel pezzo mi scuotevo e mi smuovevo tutto.

Stavo a retta in Via del Refe Nero, in fondo alla scesa. Per pigliare moglie aspettavo che i miei interessi, essendomi morto anche il padre, fossero stati sistemati. Andavo a trovarne qualcuno la sera, quando mi ero sentito troppo solo.

Il mio amore sincero per Clementina aveva molto influito su la mia vita e sul mio carattere. Il calzolaio di faccia, che faceva invano la corte alla mia padrona: era un ometto piuttosto basso, magro, con i baffetti sottili e gli occhi glauchi: ad ogni momento, lavorando, seduto sul suo panchetto, si passava il dorso della mano, quella libera, sopra i baffetti.

Un altro vinaio che stava su la porta della sua fiaschetteria a guardare sempre quella della mia padrona: qualche volta faceva anche pochi passi, nella strada, con le mani incrociate: portava un grembiule con una gran tasca dove teneva i soldi e le chiavi, un berrettino scuro; e aveva i baffi neri, alto e sempre serio, a capo basso.

E poi restavo, dietro i vetri, a guardare quel lumicino che faceva scorgere soltanto le mani e le ginocchia della Madonna. Sopra a me, abitava la moglie di un pizzicagnolo, e tutti i pomeriggi, il vicecurato della nostra parrocchia saliva da lei: ne sparlavano, ma non ci credo. Via Lucherini, in salita, era oscurissima: io tornavo a casa toccando uno per volta i colonnini dalla parte del mio marciapiede. Allora pensavo alla mia fidanzata.

E avrei voluto morire. La mattina, quando incominciavano i soliti pettegolezzi e le chiacchiere - la mia padrona, Marianna, non poteva fare a meno, magari con una parola sola, di farmene sentire subito la feroce persecuzione - andavo subito in collera; ed ero certo che sarei stato male tutta la giornata. O strade che mi parevano chiuse sotto campane di vetro!

O amicizie sognate, e soffocate per forza dentro la mia anima, con ira! Quando andavo a lavarmi le mani e il viso in cucina, sotto la cannella, quasi sempre una lumaca aveva scombiccherato, con il suo inchiostro luccicante, tutta la porta. Soltanto la punta del naso ha pavonazza e con qualche bitorzolo.

Porta gli occhiali e dentro i suoi occhi pare che cada la cenere. Cammina a lunghi passi rigidi; smuovendo, secondo il piede, le spalle. Ella si vergogna di mettersi una rosa!

Si sposarono. Pareva che tutta la terra stesse zitta per forza! O lunghe ventate, che non mi davano tempo di pensare!

Forse, non ero triste quanto oggi; e tutte quelle mattine passate in ozio mi facevano bene. Vedevo i contadini lavorare, di lontano, sul terreno a poggetti: e mi proponevo di andarci a parlare. Allora guardavo le case dei poderi, sempre dietro una sfilata di cipressi, con la strada in salita dove i carri avevano lasciato solchi larghissimi, sciupandola e portando via qualche strisciatura dai greppi.

Forse, lo ripeto, non ero triste quanto oggi; e nel mio cuore i sogni non erano come vipere che si sentono buone.

Ma, forse, mi pentirei io di piangere? Io sono soffocato dal mondo; e, quando parlo, mi pare che la mia anima riesca ad escirne fuora. Io avevo in mente di trovare alberi, ed alberi erano da per tutto.

Ma quel cielo, tutto turchino uguale, che mi pareva fossesi chiuso soltanto pochi momenti innanzi che io arrivassi, mi metteva un rimpianto di sogni. Risalendo il confine, verso casa, mi chinavo, senza fermarmi, per strappare un ciuffo di nipitella; e la sfregavo tra le mani.

Sul mio poggio, rivedevo i cipressi e le siepi. Allora guardavo lungamente il turchino, ed ero contento di vedervi un pettirosso che ruzzava con le sue ali. I ceri cercavano di cadere. Lo stendardo, verdastro e sporco, faceva di quando in quando alzare gli occhi incappucciati di bianco; le cui medaglie attaccate alla cintola sbattevano. Quando tutto il corteo fu passato, io rimasi alla finestra rodendo con i denti il legno della persiana. E mi distrassi, a poco a poco, guardando una zanzara le cui ali parevano infilate a due pezzetti di capello.

Quando ha fatto colazione, stende la gamba di legno su la seggiolina del compagno, il quale va a cucire in fondo alla stanzetta: il suo bel viso esprime una contentezza, quasi cattiva e viziosa: ha i capelli lunghi e a zazzera, gli occhi chiari, furbi ed anche intelligenti.

Quella sua chitarra ha una voce che riconoscerei fra cento altre con le corde un poco lenti e molli, rauca e triste. Ho notato che qualcuna trattiene il passo per capire da dove viene quella voce.

Io mi ci sarei indolenzito subito. Non pare vera? E batteva le lunghe dita terrose sul libro. Sapeva dire in poche parole la storia di ogni personaggio; e rispondeva a tutte le domande che gli facevano i compagni. Portava i capelli lunghi da dietro, come una ragazza a cui stanno per ricrescere dopo che le sono stati tagliati. Teneva il cappello sopra gli occhi, ed era molto alto. Quando il secchio era colmo, aprivano una buca con una vanga; e ve li zeppavano dentro.

Ma due anni fa, dopo il vespro, per tornare a casa, io dovevo camminare lungo un viottolo fatto sul margine di un torrente, scansando a ogni passo i salci e i pioppi. A qualche podere vedevo una finestra con il lume. Che tristezza desolante e silenziosa! Tutti gli altri che avevo veduto morti o agonizzanti ricordavo allora! Allora una nuvola sola, grande, piatta, candida nel chiaro di luna, ma soffice e leggera leggera, si fece avanti.

Tu non esisti, ma io vedo lo stesso come sei vestita; ti vedo camminare, ti sento vicina; e scorgo bene il tuo viso. Potrei raccontare con precisione come sei pettinata, come tieni le mani. Ma ecco sento chiacchierare da vero; e un piccione, beccando a un vetro della finestra, ti strappa da me. Dunque dicevo che la mia zia aveva una voce che ricordava le pasticche biascicate senza che nessuno se ne avveda.

Tutte le cose che diceva riguardavano solo quelli della famiglia. Aveva tre figliole tutte sposate, che andava a trovare per le feste solenni.

Non importava che dalla sua finestra vedesse tutto il cocuzzolo del caseggiato! E, qualche volta, rileggendo le nostre lettere, dovevamo sospirare insieme. Quando tirava vento, qualche manifesto staccato, sotto un arco, sbatteva al muro, e anche il mio cuore sbatteva. Quando amavo sempre la medesima, mi piacevano i tetti rossi e i geranei.

Mi piacevano i tetti rossi, i platani pieni di foglie, le acacie quando avevano messo i loro fiori, i muri delle strade e le finestre chiuse! Non so di che mi vergognassi. In campagna mi fermavo sotto un albero che aveva i rami troppo schiacciati, e gli offrivo di sorreggerli con la mia anima.

Rientrato in casa, deliberavo di star con la finestra aperta e allora la notte aveva una dolcezza piena di estasi sovrapposte, come accordi, dal silenzio. Sapevo forse spiegarmi quel che fosse avvenuto? Non potevo io aver ucciso molta gente? La voce dei due briachi divenne come un disperato singhiozzo lungo, una tristezza che mi faceva raccapriccio. Una mattina mi alzai con la voglia di uccidermi: dalla finestra pareva che anche il mio campo si travolgesse come me, nel vento; come mi volesse portar via tutti gli olivi.

Sono certo che piangevo! Un tratto, proprio dinanzi alla mia bocca, io vidi un ragnolino, quasi trasparente, attaccato, come un peso, al suo filo. Ogni passo che facevo verso la mia casa pareva che mi troncasse le gambe. E dovevo arrivare a tutti i costi! Quando fui presso un pino, sentii un usignolo; io feci un grido, e poi gli tirai un sasso.

Avessi avuto un fucile! Avrei voluto con me un amico per parlare di qualche cosa, o meglio per ascoltarlo.

12C509A DATASHEET PDF

Federigo Tozzi

Solo la recente critica ha capovolto la visione di un Tozzi realista proponendolo come scrittore di stampo profondamente psicologico e vicino al simbolismo , paragonandolo a livello europeo alla prosa di Kafka e Dostoevskij. Inettitudine[ modifica modifica wikitesto ] Tozzi viene recuperato dalla critica a partire dagli anni sessanta , prima era considerato solo un narratore verista -regionalista, da allora invece si mette in luce anche la sua vena lirica. I personaggi tozziani sono "incapaci di…". Piuttosto apprezzato dai contemporanei ad es. Dopo la sua morte una parte delle critica Borgese , Russo , ecc. Ma i miei brividi al tremolio bianco degli olivi!

LA 3491P REV 1.0 PDF

.

CENKOVEJ DETI PDF

.

CLIVE CUSSLER CACCIATORI DEL MARE PDF

.

Related Articles